Dalla Venezia di Casanova al Veneto “sacrestia d’Italia”: appunti sulle trasformazioni culturali di un territorio
Riccardo Pasqualin

Lo studioso Lucio Balestrieri (1930-1987) nel 1963.
L’immagine stereotipica della Venezia settecentesca è inscindibile dalla figura di Casanova; nell’immaginario collettivo prevale quindi una visione trasgressiva di quel secolo, che è l’esatto opposto dell’immagine che invece si ha del Veneto tra Ottocento e Novecento, quando la regione era definita la “sacrestia d’Italia” per il suo forte radicamento cattolico.
Senza dubbio nel passaggio tra Sette e Ottocento ebbe luogo una trasformazione dei costumi, ma questa apparente “mutazione” va collegata anche ai profondi cambiamenti politici, economici e sociali seguiti alla fine della Repubblica di Venezia. Per sommi capi, è questa la tesi dell’economista Lucio Balestrieri (1930-1987), che troviamo esposta sinteticamente nel suo libro postumo “Veneto. Questioni di storia della società veneta e dell’economia padana dalle origini ad oggi“, pubblicato dalla Libreria Universitaria di Venezia nel 1988, ma (a quanto si dice) praticamente non distribuito al di fuori dei circuiti bibliotecari.
Il giurista Edoardo Rubini definisce Balestrieri «eccellente autore di sinistra», «dirigente della Camera di Commercio di Venezia negli anni ’70 e ’80». Va premesso che il libro Veneto, apparso dopo la morte dello studioso, presenta diversi problemi e lacune, e a tale riguardo chi scrive si permette di rimandare a una sua recensione del saggio: Veneto. Questioni di storia della società veneta e dell’economia padana dalle origini ad oggi di Lucio Balestrieri: Recensione libro
Tuttavia, l’opera non è priva anche di spunti interessanti; tra questi, quello più significativo riguarda proprio la questione del “rafforzamento” del Cattolicesimo veneto durante l’Ottocento.
Secondo i calcoli di Balestrieri, «Nel ‘700 lo Stato veneto è il più ricco d’Italia, con un prodotto lordo superiore di tre volte a quello della Lombardia» (p. 10). Durante quel secolo Venezia era ancora una città cosmopolita (ma non cessò di esserlo nemmeno nell’Ottocento), commerciale e aristocratica, aperta ai foresti e attraversata da una vivace vita mondana. Teatri, caffè, salotti, gioco, Carnevale e relazioni galanti rappresentavano il volto più vistoso della città agli occhi di un viaggiatore, tuttavia queste realtà convivevano con la presenza capillare della Chiesa. Le comunità venete infatti erano tutt’altro che irreligiose; il forte Cattolicesimo presente tra il popolo basso e, in gradazioni differenti, ancora in una buona parte della nobiltà, poteva convivere con una cultura di governo aristocratica sufficientemente permissiva e con forme di trasgressione fondamentalmente urbane e proprie dei benestanti. Non mancavano già gli scrittori anti-illuministi e controrivoluzionari: Cristoforo Tentori (1745-1810), Francesco Boaretti (1748-1799), Francesco Maria Franceschinis (1757-1840), Vittorio Barzoni (1767-1843) e altri.
Il cambiamento – riconosce Balestrieri – avvenne nel 1797, con la caduta della Repubblica di Venezia e la fine del suo antico e consolidato ordine politico. L’età napoleonica e poi la “restaurazione” asburgica trasformarono profondamente il territorio dal punto di vista amministrativo, sociale e culturale. Le riforme napoleoniche colpirono anche le istituzioni ecclesiastiche, mentre dopo il 1815 il Cattolicesimo tornò progressivamente a essere uno dei principali strumenti di ricomposizione sociale.
Balestrieri scrive che «Nel Veneto, come nella Valle padana, l’odio per la dominazione straniera farà nascere una diffidenza nei riguardi dello Stato e della filosofia pubblica», questa ostilità verso gli stranieri (non sempre ingiustificata) fu la radice borghese del Risorgimento veneto. Tuttavia l’economista nota anche «la contemporanea diffusione del fenomeno religioso, molto esteso ed omogeneo» il cui forte radicamento nelle popolazioni rurali «testimonia l’assenza prolungata di una classe dirigente e la sua scarsa attitudine alla gestione delle istituzioni pubbliche» (p. 23). Nelle campagne dell’attuale Regione Veneto, i contadini avevano sempre avuto come riferimento primario il Clero (parroci, monasteri) ancor prima delle autorità veneziane. In alcuni periodi storici, la Repubblica Veneta e gli enti ecclesiastici furono notoriamente in contrasto tra loro, ma Venezia non era sorda alle richieste delle comunità suddite e il suo governo si dimostrò attento e paterno.
Tuttavia, la scomparsa delle istituzioni della Serenissima – abbattutasi su molti territori come un fulmine a ciel sereno – non lasciò ai contadini che un solo corpo intermedio grande come riferimento: la Chiesa, che poi è il corpo intermedio per eccellenza.
Sin dall’invasione francese «La mancanza dell’indipendenza nazionale rafforzò i legami delle masse popolari con la Chiesa, che si era trovata a svolgere un ruolo attivo raccogliendo a proprio vantaggio il rifiuto dell’autorità opposto agli occupanti stranieri, e sostituendosi ai rappresentanti politici locali, che in un certo senso rappresentava» (p. 23).
Migliori furono i rapporti tra la Chiesa veneta e il governo asburgico, verso cui – anche dopo il Congresso di Vienna – si nutriva una discreta fiducia. Nel frattempo, il Veneto dell’Ottocento divenne molto meno “veneziano”: Venezia non recuperò mai il ruolo di Dominante, divenne una delle due capitali del Regno Lombardo-Veneto, ma gli austriaci le preferirono sempre Milano ed essa negli anni continuò a perdere rilievo (e abitanti). L’importanza dei principali centri di Terraferma: Padova, Verona, Vicenza, aumentò rispetto a quella della città di San Marco, pesantemente depotenziata nella sua autorità.
Nelle campagne, fortemente impoverite dalle guerre napoleoniche e segnate da crisi economiche ed epidemie, la vita era organizzata attorno alla famiglia “polinucleare”, al paese e soprattutto alla parrocchia. Il parroco non era solo un’autorità religiosa, ma un punto di riferimento educativo, sociale e comunitario, fungeva anche da mediatore col governo imperiale. Grazie agli interventi diretti dei sacerdoti, Vienna appariva così meno distante e insensibile ai problemi quotidiani delle comunità minori.
Davanti ai grandi cambiamenti economici, le province venete tardarono ad adeguarsi e svilupparono un ritardo che ebbe delle ricadute anche sul benessere collettivo: «La drastica soppressione dei corpi d’arte da parte di Napoleone, avvenuta nel 1803», scrive Balestrieri citando un esempio: «libera d’un colpo l’organizzazione del lavoro dagli impacci pre-capitalistici, senza tuttavia produrre effetti evidenti. A gestire questa trasformazione sarebbe occorsa una classe dirigente perfettamente consapevole dello stato dell’economia, trattandosi di sostituire al ciclo produttivo facente capo al mercante e basato sul lavoro a domicilio dell’artigiano, un ciclo produttivo incentrato sullo stabilimento industriale. L’abolizione della normativa non sarebbe stata sufficiente da sola a creare le condizioni richieste per un mutamento di così vaste proporzioni, il quale rappresenta nella forma più concreta l’avvento della meccanizzazione della produzione. Per far intendere la portata di questo cambiamento basti pensare che mentre la precedente normativa disciplinava i corpi d’arte, le leggi napoleoniche chiamano in causa non più il maestro artigiano titolare della bottega, ma l’operaio, la nuova figura protagonista del lavoro salariato di fabbrica. Col regolamento del 1803 viene istituito infatti il libretto personale di lavoro indispensabile al salariato, ormai sotto la vigilanza degli organi di tutela, per accedere alla fabbrica. Si trattava dunque di gestire una trasformazione tecnologica, quella dell’industria tessile in particolare, in concomitanza con l’espandersi dell’uso del cotone, una materia prima di importazione, che privava i paesi come il nostro del vantaggio di produrre quasi esclusivamente un succedaneo finora indiscusso, il lino. Ma la mancanza dell’indipendenza nazionale e la stessa liquidazione di un apparato statale solo apparentemente volto al passato, quello della Repubblica veneta, impediranno questa armonizzazione e apriranno la strada alla lunga depressione economica ottocentesca» (pp. 101-102).
È evidente che nelle province venete una «classe dirigente» «perfettamente consapevole dello stato dell’economia» non c’era più: il Patriziato veneto e le nobiltà locali di Terraferma cedettero progressivamente il passo alla borghesia, ma la ripartenza dell’economia veneta fu lenta, accidentata e difficoltosa. Nel passaggio che abbiamo citato, Balestrieri ammette apertamente il problema, contraddicendo però quanto egli stesso aveva scritto nel primo capitolo del medesimo testo, in cui si afferma addirittura che: «Nessun ritardo politico e sociale può essere imputato alla classe dirigente veneta, accusata di non aver saputo operare tempestivamente un rinnovamento» (p. 10).
In questo vuoto emerse il ruolo del Clero veneto come difensore dei deboli e loro principale riferimento in un mondo diventato più povero e più ostile. Riflettendo sulle conseguenze della scomparsa del sistema di governo creato dai veneziani da un lato e del peggioramento delle condizioni economiche dall’altro, si può intendere pienamente il peso assunto dal Clero nel Veneto e quindi il rafforzamento del sentimento religioso avvenuto soprattutto in Terraferma (un territorio che ha evidentemente una storia sociale, culturale ed economica distinta da quella di Venezia).
Secondo Balestrieri, alla luce di ciò può spiegarsi «la drammatica decadenza delle condizioni sociali del Veneto nell’800, nel quale l’organizzazione ecclesiastica diventerà l’unico polo di riferimento e di difesa del sentimento nazionale sotto l’occupazione asburgica, successivamente tradottosi in un processo integralistico e confessionale della società veneta» (p. 102). Per «sentimento nazionale», tuttavia, l’autore non intende un sentimento italiano, bensì veneto, localistico. Poiché dopo il fallimento della rivoluzione del 1848 l’intransigentismo cattolico veneto si pose in contrapposizione con il liberalismo e la causa del nazionalismo italiano.
Ciò non significa che l’intransigentismo veneto coincidesse con il legittimismo; giunse, infatti, anche la fine della fiducia nell’Impero quando le sue autorità presero a essere troppo tolleranti e permissive con i rivoluzionari. Possiamo citare le famose parole di Giuseppe Sacchetti (1845-1906): «quale partito dovevano abbracciare in quei giorni i cattolici? Forse quello del governo austriaco? Ma il governo austriaco, caduto in mano di uomini o inetti o traditori, faceva ogni sforzo possibile, perché nessun cattolico si schierasse in suo favore. Le associazioni nostre proibite, la stampa cattolica vessata e processata, i giornalisti cattolici incarcerati, i sacerdoti impunemente oltraggiati, ovunque si presentassero, le Chiese fatte teatro di orribili attentati, il Sillabo pubblicamente arso nel cortile dell’Archiginnasio padovano, sotto gli occhi impassibili della polizia austriaca, cotanto esecrata, nelle tragicomiche leggende del patriottismo, per la sua ferocia: erano tutti fatti, i quali costringevano i cattolici veneti a considerare il governo austriaco, se non come un nemico della religione, certamente come un complice dei suoi nemici».
L’annessione al Regno d’Italia, nel 1866, accentuò esponenzialmente questa dinamica di sfiducia nei confronti delle autorità civili. L’arrivo del nuovo stato sabaudo, percepito dai cattolici veneti non liberali come estraneo e ostile alla Chiesa, favorì la nascita di un Cattolicesimo ancor più militante, organizzato e radicalmente ostile al governo. L’antipatia fu reciproca, come spiega lo studioso Mario Quaranta. A Padova, nell’amministrazione del comune, «Per quanto riguarda il campo cattolico, il partito clericale è di fatto assente dalla vita politica cittadina; il quinquennio 1867-1871 è caratterizzato dal problema dei rapporti Stato-Chiesa, e i liberal-moderati padovani (dove c’è una solida componente massonica), assumono un atteggiamento di opposizione radicale verso la Chiesa, una posizione che consente loro di esercitare un’egemonia la quale giunge fino all’area della stessa Sinistra. Il partito liberal-moderato difende sì la libertà religiosa, ma non intende offrire alcun spazio di iniziativa politica alla Chiesa e ai cattolici. A Padova c’è un clima pesante nei confronti dei preti e, più in generale, dei cosiddetti “clericali”, ossia i cattolici integralisti [sic] e intransigenti, resi tali dalla “questione romana”. Questa diffusa ostilità si esprime in episodi di violenza pubblica e in atteggiamenti di aperta intolleranza verso la Chiesa» (“Un programma chiaro e preciso”: l’attività politica e culturale di Giovanni Canestrini a Padova, in «Archivio trentino», 50/1, 2001, pp. 103-104).
Nella seconda metà dell’Ottocento sorsero associazioni, circoli e iniziative sociali cattoliche. L’Opera dei Congressi, fondata nel 1874, rappresentò l’apice di questa mobilitazione in difesa del Cristianesimo contro la modernità.
Il Veneto, con le sue “parrocchie fortino”, divenne così uno dei principali laboratori del Cattolicesimo sociale italiano: non solo un territorio in cui la Religione era una componente della vita quotidiana della popolazione, ma un insieme di comunità all’interno delle quali il Cattolicesimo costituiva una vera rete organizzativa e identitaria. Un identitarismo territoriale che andava anche oltre il Cattolicesimo e si faceva pienamente veneto.
Il giornale padovano Il Codino, pubblicato tra il 1872 e il 1873, fondato dal Conte Alessio de’ Besi (1842-1893) con l’aiuto dell’amico Sacchetti, esaltava il «padovanismo», ovverosia il tradizionale sentimento patriottico municipale, in contrapposizione al nazionalismo italiano (Edizioni Solfanelli – Riccardo Pasqualin: Il Codino. Un giornale padovano filocarlista).
Il contrasto tra la Venezia Settecentesca di Casanova e la “sacrestia d’Italia” della Terraferma Veneta tra Otto e Novecento va comunque inquadrato nella lontananza (e nell’incomunicabilità) tra la dimensione “mondana” della città lagunare, coi suoi circoli progressisti, e il tradizionalismo delle comunità rurali, organizzate attorno all’azione del Clero. Una lontananza che era già chiaramente percepibile anche durante il Settecento.
Ad ogni modo, in sintesi, la fine dell’indipendenza veneziana, la Restaurazione, l’annessione allo stato unitario e il lungo conflitto tra laicismo e intransigentismo cattolico trasformarono profondamente il Veneto, facendo emergere quel forte radicamento cristiano che avrebbe caratterizzato la regione anche per buona parte del Novecento.
Ma va ribadito che il “Veneto bianco” era quello di Terraferma, non la “rossa” Venezia – che pure diede alla Chiesa attivisti intransigenti quali l’avvocato Giovanni Battista Paganuzzi (1841-1923); che pure fu la città in cui nel 1874 fu fondata l’Opera dei Congressi e che pure, dal 1919, ebbe una vivacissima sezione del Partito Popolare.
Giustamente, durante una sua lezione universitaria, il professor Giuseppe Gullino ha ricordato che se a Venezia si votava a sinistra (e oggi si vota per i progressisti) e in Terraferma si votava per i democristiani e oggi per la Lega, ci sono delle precise motivazioni che vanno ricercate nell’Ottocento veneto e anche nel secolo precedente.
Riccardo Pasqualin
30/08/2026