L’originalità grammaticale della parlata veneta

 

 

Statua di Angelo Beolco detto Ruzante, oggi posta vicino al Teatro Verdi di Padova.

 

Esistono diverse teorizzazioni circa l’ortografia della parlata veneta, ma nessuna sembra possedere quella solidità che la faccia emergere come norma certa ed indiscutibile.
Questa carenza non significa discontinuità nella koinè veneta, rappresentando essa soltanto una discontinuità nel tessuto linguistico, che è comune ad altre lingue maggioritarie o statali. In italiano, per esempio, ricorre talvolta più di una versione ortografica (camicia = pl. camicie o camice; provincia = provincie o province; figliolo o figliuolo) senza che ciò ne sminuisca la solidità ortografica. Per il linguaggio veneto si notano le presenze della “c”, della “zh”, delle “dh” e “th”, della “ô” e della “j”, ma l’esemplificazione risulta per difetto. Inoltre sono assenti la “q”, la “gl”, la “z” e, particolare notevole, le consonanti doppie.
Caratteristiche ancora più rilevanti si notano nel settore grammaticale vero e proprio. Emerge qui l’assenza del “passato remoto”. L’argomento meriterebbe un maggiore approfondimento anche alla luce della sociolinguistica, poiché il fenomeno si riscontra pure in altre lingue non neolatine. Lo studio delle costanti presenti nei vari linguaggi potrebbe far emergere una condizione storica, una mentalità comune, un modo di vedere la realtà forse condizionato dagli stessi eventi. Ma l’argomento potrà essere scandagliato in altra occasione, non dimenticando, ovviamente, eventuali motivazioni derivati da un precedente substrato linguistico, responsabili, forse, della mancanza della “m” davanti a “b” e “p”. Esiste, invece, un’allocuzione abbastanza originale per indicare il futuro, che pure esiste come verbo nella parlata veneta. Potrebbe essere definito come un tempo futuribile e si esprime con “sòn drìo… = sto facendo…”. Non è detto che la forma ricalchi quella tedesca, ma nella Germania meridionale è ancora in uso una specie di quarto ausiliare, cioè il verbo “tun” più l’infinito per esprimere una situazione linguistica del genere. E questo verbo significa appunto “fare”.
Molto frequente è poi il doppio dativo. Un esempio lo indica più chiaramente: “A mì me piàse = mi piace”. Lo stesso si può dire per il dativo al posto del nominativo: “Mì vàe = vado”. Il soggetto è dunque ben presente che in italiano e ridotti sono pertanto i casi del sottinteso: “Él me à dît = mi ha detto”.
Il verbo modale o servile “dovere” è reso nella parlata veneta con il verbo “avere” seguito dalla preposizione “da”: “Mì ò da ‘ndàr = devo andare; mì ò da vèder = debbo vedere”. Questa forma è obbligatoria anche nella proposizione interrogativa, ma stavolta il soggetto, oltre che obbligatorio, è proposto come nella regola tedesca dell’inversione: “Ó-jo da savèr ? = devo sapere?; vò-tu ‘ndàr? = vuoi andare?”.
A qualcuno queste differenze rispetto ad altri linguaggi contigui a quello veneto potranno sembrare anche modeste. Lo stesso si potrebbe affermare per le differenze tra lo spagnolo ed il portoghese, ma non per questo le due lingue neolatine perdono la propria peculiare identità. Ad aumentare il numero dei “rari nantes in gurgite vasto” a vantaggio della parlata veneta, si possono comunque considerare le seguenti integrazioni.
Un’aggiunta vocalico-consonantica è presente nella preposizione articolata “nel”, la quale evidenzia anche un “te” sia al maschile e femminile, sia al plurale dei complementi di stato al maschile e femminile, sia al plurale dei complementi di stato e moto a luogo, come dimostrano i seguenti esempi: “in tèl cànp = nel campo; in te-a càneva = nella cantina; in tè-e famèje = nelle famiglie”.
Le tre coniugazioni venete hanno desinenze prive di vocale nell’infinito presente. La caratteristica è presente in alcune lingue neolatine, ma non nell’italiano, per cui si potrebbe ipotizzare un influsso provenzale esercitato verso il 1300 dai molti trovatori che nella nostra terra hanno trovato ospitalità. La presenza e l’importanza di questi poeti provenzali è testimoniata da ampia documentazione, ma soprattutto dal frammento di vangelo apocrifo pervenuto tramite la Scuola dei Battuti di Conegliano e dal grande libro del Graal esistente presso la biblioteca arcivescovile di Udine.
Nella parlata veneta sono sconosciuti gli articoli “lo” ed “uno” davanti a vocaboli inizianti con “z” o “s” impura. Ma attira l’attenzione il rafforzamento di taluni verbi riflessivi mediante la preposizione “in” con valenza di moto a luogo figurato: “insognàrse, indormentàrse = sognarsi, addormentarsi”.
I participi passati sono pure degni di nota. Nella parlata veneta questo tempo della prima coniugazione ha la desinenza in “a” accentata: “’ndà, magnà, lavà, sburtà = andato, mangiato, portato, lavato, spinto”. La desinenza cambia invece in “st” nella seconda coniugazione: “podèst, vìst, bevèst = potuto, visto, bevuto”. Nella terza coniugazione la desinenza torna ad essere accentata, ma si tratta di una “i”, eventualmente seguita da una “t”: servì, dît, forbì = servito, detto, lustrato”. Nel passato prossimo il soggetto, anche se preceduto da aggettivo possessivo, viene ripetuto conservando la distinzione dei generi, come per accentuare l’appartenenza dell’azione al soggetto stesso: “lu l’è ‘ndà = è andato; èa la à catà = essa ha trovato”. “El nòstro portèl l’è serà = il nostro cancello è chiuso”. Ugualmente degna di nota è la ripetizione del complemento oggetto nell’indicativo presente, quasi a voler accentuare la consistenza dell’accusativo eventualmente con valenza di possessivo: “Mì el scòlte el fiòl = ascolto il figlio; mì el scòlte el me fiòl = ascolto mio figlio”.
Le affinità obiettivamente riscontrabili tra il linguaggio veneto e altre realtà linguistiche neolatine non debbono necessariamente dimostrare una derivazione subalterna da quest’ultime. Si tratta tutt’al più di una morfologia ereditata da substrati precedenti. A quest’ultimo proposito è il caso di ricordare che ogni probabilità anche la lingua venetica disponeva di un’unica forma di preferito, che evidenziava la desinenza in –r. Si può ragionevolmente pensare che già allora non esistesse il passato remoto, infatti anche l’aoristo stigmatico con la desinenza –to non alluderebbe ad una biforcazione tra imperfetto e passato remoto. Per aoristo s’intende un tempo passato “indeterminato” presente soprattutto nella coniugazione dei verbi greci. Le affinità tra lingua veneta e altre lingue neolatine sono, invece, la conseguenza di un processo che nei secoli fu obbligatoriamente seguito da ogni lingua per appropriarsi dei termini di cultura moderni. Tali termini risultano indispensabili per poter esprimere un discorso moderno, mantenendone sia la forma linguistica originaria, sia la pronuncia secondo i valori che le lettere hanno nella fonetica di quest’ultima.
Un paragone col corpo umano sembra pertinente. Il nostro organismo, nutrendosi di cellule vegetali e animali, produce nuove cellule umane. Nessuna allergia respinge questo processo avanzando il pretesto che gli alimenti sono composti di cellule estranee all’essere umano. Anche le lingue debbono nutrirsi di cellule provenienti da altre lingue, non importa se dominanti o morte, pur di ottenere i termini di cultura che man mano maturano.
Il prestito linguistico può essere sincronico o diacronico. Nel primo caso si ha un prestito verticale (ossia dalle lingue dominanti), oppure orizzontale (ossia dalle lingue moderne vicine). Nel secondo caso il prestito deriva dalle lingue morte. È il caso di ricordare che tali lingue sono il greco e il latino e che tutte le lingue moderne ne sono tributarie per termini di cultura in esse transitati.
Il “metabolismo linguistico” contrasta con le teorie di quanti propongono la purezza delle lingue. Se questi avessero ragione, una lingua sarebbe un ostacolo contro lo sviluppo mentale del popolo che la parla, il che è assurdo. Anche se i puristi si presentano come i conservatori della lingua, in realtà essi sono i responsabili del suo indebolimento. Una lingua deve infatti proseguire, altrimenti i parlanti si troverebbero in una condizione di incomunicabilità, cioè d’impossibilità di leggere il mondo circostante che la lingua dovrebbe per definizione saper rappresentare ed interpretare.
Un altro sguardo alle originalità grammaticali della parlata veneta ci convince che, anche se vi transitano termini di cultura moderni, l’individualità linguistica è tutt’altro che compromessa.
Il linguaggio veneto evita in genere le parole composte, numerosissime invece nelle lingue neolatine e ancor di più in quelle germaniche. Si considerino come esempio i giorni della settimana, nei quali il sostantivo generalmente è preceduto dal complemento. In Veneto questo sostantivo è assente, tanto è vero che ben cinque dei suddetti giorni sono resi con “lùni, màrti, mèrcore, zhiòba, vènare”. Questo è un segno che l’influenza di altri linguaggi rispetto all’indicazione del tempo è uno degli strumenti indispensabili per dimensionare l’esistenza.
Degna di nota è anche la scarsa differenziazione, in certi casi, tra i generi espressi da forme pronominali, quasi a sottolineare l’importanza dell’individuo in sé, senza distinguerlo tra femminile e maschile. Questa peculiarità ricorre spesso nel dativo, per esempio: “Mì ghe dàe = gli do, le do, do loro”.
Non si è preteso in questo articolo di passare in rassegna tutte le originalità grammaticali della parlata veneta, ma di aver dato dei lineamenti che possono costituire motivo di curiosità o di studio più approfondito.
N.B.: Per le esemplificazioni è stato scelto il linguaggio della zona settentrionale della Marca Trevigiana ai confini con il Friuli, cioè la parlata del territorio di Mansuè – Oderzo, in modo da non escludere gli influssi ladineggianti, che da secolo sono patrimonio della parlata veneta. La punteggiatura, ancorché corrispondente ad accenti tonici, viene inoltre sempre evidenziata nelle esemplificazioni per una maggiore rispondenza fonetica.

 

 

Nerio de Carlo

27/01/2022

 

 
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