Giuseppe Sacchetti (1845 – 1906)

a cura di Corrado Reschiglian

Giuseppe Sacchetti, fotografia riprodotta per gentile concessione della famiglia de’ Besi

 

Nella rapidità del vivere d’oggi, siamo talmente presi dalle quotidiane vicissitudini che sembra banale e senza senso la conoscenza delle esperienze, delle storie, delle emozioni di chi ci ha preceduto nella stessa terra in cui noi viviamo ora. Eppure è una ricchezza che buttiamo al vento, un incomprensibile autolesionismo capace solo a non far comprendere da quale eredità storica noi proveniamo. Giuseppe Sacchetti è uno di quei figli del nostro Veneto che a torto è dimenticato anche da chi abita ad Arlesega, dove lui è nato nel 1845 ed è a lungo vissuto, nella bella villa tuttora esistente. È morto a Firenze nel 1906, ma è sempre rimasto legato al suo paese, dove tornava quando poteva. Forse pochi abitanti di Arlesega ricorderanno ancora le signorine Sacchetti, figlie di Giuseppe, dedite all’insegnamento di Musica e canto. Ormai diversi anni fa ho intervistato l’aiutante di casa Sacchetti, la signora Regina Spolon di Arlesega. Appresi così alcune testimonianze di una vita semplice, ma intrisa di valori trasmessi alla famiglia dal padre Giuseppe. Per raccontare la vita di Giuseppe Sacchetti riprendo un articolo di Marco Invernizzi, a cui aggiungerò dei commenti.
«Giuseppe studia dai gesuiti di Padova, al Collegio Fagnani, dal quale usciranno tanti cattolici intransigenti, tutti formati da padre Bartolomeo Sandri (1820-1898), un gesuita che eserciterà una grande influenza sul movimento cattolico soprattutto nel Veneto. Sono gli anni che precedono la terza guerra d’indipendenza (1866), quando il Veneto verrà ceduto all’Italia e cesserà così di essere amministrato dall’Impero asburgico. Sono tempi di decisioni drammatiche, non soltanto per Sacchetti ma per tutti i cattolici italiani,
tentati dalla sirena liberale che gioca la carta dell’indipendenza dallo straniero, e sconcertati dall’atteggiamento del governo austriaco, come lo stesso Sacchetti scriverà: “E poi, quale partito dovevano abbracciare in quei giorni i cattolici? Forse quello del governo austriaco? Ma il governo austriaco, caduto in mano di uomini o inetti o traditori, faceva ogni sforzo possibile, perché nessun cattolico si schierasse in suo favore.”»
Il pensiero di Giuseppe Sacchetti di far tornare il Veneto agli antichi fasti della Repubblica di Venezia era costante, ricordava la signora Regina, ma le difficoltà oggettive per far risorgere “la fenice” erano sempre più numerose. Giuseppe Sacchetti annoverava un avo materno che solo per aver gridato «VIVA SAN MARCO!» fu ucciso dai francesi davanti alla barchessa del Zocco, occupata dai militari di Napoleone; da questo segno indelebile venne il suo impegno per la libertà. Memorabili tra fine Ottocento e inizio Novecento le adunanze dei movimenti autonomisti del Veneto tenutesi presso l’Ostaria del Zocco, tra Arlesega e Grisignano, con il veneziano Pier Luigi Mozzetti- Monterumici (1868-1940), a cui parteciparono anche Giuseppe Sacchetti e lo storico Carlo Bullo (1834-1920) di Chioggia. Già prima del 1866, sotto gli austriaci, secondo Sacchetti i cattolici veneti erano oppressi e
perseguitati: «Le associazioni nostre [erano] proibite, la stampa cattolica vessata e processata, i giornalisti cattolici incarcerati, i sacerdoti impunemente oltraggiati, ovunque si presentassero, le Chiese fatte teatro di orribili attentati, il Sillabo pubblicamente arso nel cortile dell’Archiginnasio padovano, sotto gli occhi impassibili della polizia austriaca, cotanto esecrata, nelle tragicomiche leggende del patriottismo, per la sua ferocia: erano tutti fatti, i quali costringevano i cattolici veneti a considerare il governo austriaco, se non come un nemico della religione, certamente come un complice dei suoi nemici». Davanti all’indifferenza della polizia austriaca, molti di questi valorosi cattolici intransigenti veneti, aggrediti per strada dagli uomini del Comitato Segreto di Alberto Cavalletto (1813-1897), furono salvati grazie al rifugio che fu loro offero presso il Collegio delle Dimesse in Via Vanzo a Padova. Secondo Sacchetti, negli ultimi anni del Regno Lombardo-Veneto, la scelta era «fra cercare di mettersi alla guida del moto per l’indipendenza e per l’unità nazionale, collaborando così in qualche modo con le forze rivoluzionarie nemiche della Chiesa», oppure assecondare l’Impero d’Austria, «con tutte le sue ambiguità nei confronti della Chiesa stessa e soprattutto con la sua decadenza[,] che sembrava inarrestabile»: fu una scelta che avrebbe avuto ripercussioni di lunga durata per i cattolici in Italia.
Marco Invernizzi prosegue scrivendo che: «Il movimento cattolico sceglie una strada diversa, altrettanto difficile, quella di seguire la via della rinuncia a un obiettivo politico a breve e medio termine, cioè sceglie la via della contrapposizione del paese reale a quello legale, il rifiuto dei “fatti compiuti”; e così nasce il cattolicesimo intransigente, strettamente unito al Pontefice, Papa Pio IX (1846-1878). Sacchetti è uno dei primi a inaugurare questa linea politica. Infatti, fin dagli anni del liceo combatte le battaglie del tempo, per la diffusione del Sillabo, nel 1864, e contro la divulgazione dell’opera di Joseph Ernest Renan (1823-1892), quella Vita di Gesù intrisa di razionalismo che raggiungerà una grande notorietà. Ma Sacchetti passerà alla storia del cattolicesimo italiano soprattutto per la sua opera di giornalista, incominciata ancora giovanissimo, con Letture cattoliche, che inizia le pubblicazioni il 14 aprile 1864, proprio a fronte della necessità di rispondere alla diffusione ideologica liberale. Sarà il primo seme della stampa cattolica in Veneto. Lo scopo della pubblicazione — si legge nel primo numero — è di offrire ai giovani e alla popolazione uno strumento di formazione alternativo alla “colluvie sterminata di libri empi e malvagi” in circolazione. La rivista riprende esplicitamente l’opera di apostolato delle Amicizie Cristiane iniziata dal venerabile Pio Bruno Lanteri (1759-1830) — che attribuisce grande importanza alla diffusione della buona stampa — e incontra le difficoltà tipiche di questo genere di apostolato, come lo stesso Sacchetti ricorda: “Forse non si comprende tutta l’importanza di quest’opera, forse non si conosce tutto il frutto che viene nel popolo dai tanti buoni esempi e dalla lettura, anche se breve e rara, di libri. Eppure, dopo quindici anni dacché ce lo hanno così rovinato questo povero popolo […] dovrebbe apparir chiaro che, se non tutto, certo la parte maggiore del guasto venne dalla lettura”.
Scoppiata la guerra d’indipendenza nel 1866, Letture cattoliche deve sospendere la pubblicazione, che non riprenderà al termine del conflitto: ma gli uomini che daranno vita al cattolicesimo intransigente in Veneto avevano avuto la possibilità di conoscersi e d’incontrarsi e così la rivista aveva svolto un’importante funzione. Terminata la guerra, Sacchetti si laurea in filosofia all’università di Padova, nell’agosto del 1866. L’anno successivo comincia a collaborare a Veneto cattolico, fondato a Venezia da don Giovanni Maria Berengo (1820-1896), poi vescovo a Mantova e a Udine, giornale che diventerà l’organo più importante del cattolicesimo intransigente veneto. Nello stesso tempo è uno dei promotori del Circolo Sant’Antonio, a Padova, che tiene la sua prima riunione i1 7 maggio 1868: Sacchetti è il primo presidente, assistente ecclesiastico è mons. Angelo Fontanarosa e il circolo sarà il secondo in Italia ad affiliarsi alla Società della Gioventù Cattolica, fondata a Bologna da Giovanni Acquaderni (1839-1922) e da Mario Fani (1845-1869).»
Giuseppe Sacchetti si arruolò come volontario pontificio dopo essere stato consigliato da sua madre, Anna Francesconi, che era una nostalgica della Serenissima: se in quel momento non si poteva portare avanti la lotta politica nel Veneto, bisognava combattere per difendere la libertà del Papa. Questo mi ha raccontato la signora Regina Spolon. Continua Invernizzi: «Uno degli avvenimenti che segna maggiormente la vita di Sacchetti è senz’altro la Breccia di Porta Pia. Nel 1870 ha soltanto venticinque anni e un gran desiderio di offrire la vita, se necessario anche versando il proprio sangue, per il Pontefice Romano, che sarà sempre al centro delle sue attenzioni e della sua ubbidienza; così, nel mese di agosto, al profilarsi dello scontro decisivo, si arruola nel Corpo dei Volontari Pontifici della riserva, nel quale viene immatricolato con il numero 97.356. Dopo aver fatto testamento, parte per Roma, da dove scriverà alla madre tre lettere, rispettivamente il 31 agosto, il 4 e il 24 settembre, dalle quali appare la straordinaria fede di quest’uomo, disposto al sacrificio supremo per amore di Dio e del Pontefice, e contemporaneamente ancora sottomesso alla madre tanto da chiederle il permesso di arruolarsi in un corpo attivo e stabile. Ma ancor più edificante è la risposta della madre, che lo sprona “[…] a difendere una causa tanto giusta che nobilita l’uomo e lo fa maggiore di sé”, ricordandogli anzitutto di desiderare la sua salvezza eterna e, solo se volontà di Dio, anche quella umana. Sacchetti torna a Padova solo dopo l’amnistia, da parte del re d’Italia Vittorio Emanuele II (1820-1878), a quanti si erano arruolati volontari nell’esercito pontificio. Riprende a guidare il Circolo Sant’Antonio e si predispone a combattere in una situazione mutata, dopo la fine del potere temporale del Papa, le cui conseguenze si sarebbero fatte sentire per lungo tempo sui cattolici italiani: “Animiamoci, non pensiamo alla durata della lotta — dirà ai membri del circolo —: essa è breve se la paragoniamo a quella delle persecuzioni che ebbero a soffrire i primitivi Cristiani, ancorché volessimo far risalire l’odierna guerra alla rivoluzione francese: il tempo non ci deve spaventare, ma coraggio dobbiamo avere, fiduciosi nella santità della nostra causa”.»
«Nell’agosto del 1871 Sacchetti lascia la presidenza del Circolo per dedicarsi più intensamente all’attività giornalistica, assumendo la direzione della Specola e poi, dal 28 giugno 1882, quella del Veneto cattolico. Nel frattempo è diventato uno dei relatori sempre presenti ai congressi annuali dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici, l’organismo fondato nel 1874, che riuniva le diverse associazioni del cattolicesimo italiano. Nell’intervento al primo Congresso, organizzato a Venezia dal 12 al 16 settembre 1874, ribadisce la tesi già precedentemente espressa contro l’illusione che la Rivoluzione fosse una realtà passeggera: “Cattolici, preghiamo Iddio che la rivoluzione muoia domani, ma poi lavoriamo com’essa dovesse vivere per sempre”. Nel 1886 Sacchetti viene chiamato a Milano a dirigere la Lega Lombarda, quando il giornale cattolico era espressione del cattolicesimo intransigente, prima che venisse acquistato, nel 1888, dal marchese Carlo Ottavio Cornaggia Medici (1851-1935), noto per le sue posizioni conciliatoriste.
Lasciata la Lega Lombarda, viene chiamato a Roma per dirigere un altro quotidiano cattolico, La Voce della Verità, diventando così uno dei più famosi giornalisti cattolici italiani, tanto che, quattro anni dopo, gli sarà chiesto direttamente da Papa Leone XIII (1878-1903) di trasferirsi a Firenze per assumere la direzione dell’Unità Cattolica, il celebre quotidiano fondato da don Giacomo Margotti (1823-1887). Trasferito da Torino a Firenze, dove però non era riuscito a superare difficoltà economiche e anche a vincere le resistenze del cattolicesimo toscano, “segnato” dal giansenismo e dal cattolicesimo liberale e, recentemente, dal diffondersi dell’intransigentismo di sinistra, ostile alla classe dirigente dell’Opera dei Congressi e a giornali “papisti” come quello diretto da Sacchetti. Infatti, la sua attività giornalistica, come la sua oratoria spesa al servizio del movimento cattolico, era esplicitamente polemica contro le ideologie del tempo e la classe politica liberale al potere, perché egli riteneva che all’origine dell’Italia nella quale gli era toccato vivere e lavorare — e alla cui unità non era assolutamente avverso — vi fosse un sopruso perpetrato contro il Santo Padre, colui che, per quanto incarnava, solo avrebbe permesso alla nazione di prosperare e di “unirsi” effettivamente. La Questione Romana sarà sempre al centro della sua azione perché, come aveva scritto sulla Lega Lombarda del 19 dicembre 1888, “in essa si concentra tutto: attorno alla Sedia di Pietro si combatte la battaglia decisiva che deve rivendicare agli italiani il diritto d’essere cristiani e cristianamente governati”.
Fino alla morte dirigerà l’Unità Cattolica, senza peraltro riuscire a farla uscire dalla crisi, soprattutto dopo la scomparsa di Papa Leone XIII e la soppressione dell’Opera dei Congressi. Nelle mutate circostanze appare con chiarezza che il nuovo Pontefice, Papa san Pio X (1903-1914), non ritiene più sufficiente il rigido astensionismo e il semplice paternalismo in campo economico, che aveva caratterizzato l’Opera dei Congressi fino ad allora; e inoltre che, per combattere la prospettiva democratico-cristiana di don Romolo Murri (1870-1944) e dei suoi amici, il Pontefice intende valorizzare in modo particolare l’apporto culturale e organizzativo dei cosiddetti cattolico- sociali, come Giuseppe Toniolo (1845-1918) e Stanislao Medolago Albani (1851-1921), e favorire quegli accordi con i liberali moderati che culminano nel 1913 nel Patto Gentiloni. Sacchetti comprende, anche se non immediatamente, il mutamento e, scrivendo sull’Unità Cattolica del 12 ottobre 1906 a proposito del possibile intervento elettorale dei cattolici, contrariamente a quanto aveva sostenuto al Congresso cattolico di Milano del 1897, afferma che “noi ragionavamo con la nostra piccola testa e il Papa ragiona con i lumi che gli infonde lo Spirito Santo”. Egli aveva scritto che “il socialismo è la filiazione logica del liberalismo”, ma capisce il dovere per i cattolici di arrestare “i progressi della rivoluzione sociale” alleandosi con i liberali; però non dimentica di ricordare a questi ultimi che “[…] finché il liberalismo non rinunci agli errori che lo rendono incompatibile col cattolicesimo, non isperi di affrontare vittoriosamente le orde furibonde e brutali del socialismo”. La sua vita volge prematuramente al termine, contrassegnata da amarezze nell’apostolato e dal dolore per la scomparsa di una delle quattro figlie, Pia, alla quale era particolarmente affezionato.
Il 20 ottobre 1906, mentre si trova a Firenze, un attacco cardiaco lo porta al cospetto di quel Signore che aveva onorato tutta la vita, ricevendolo quotidianamente nell’Eucarestia, recitando il rosario e rendendogli gloria con la buona battaglia nelle file del movimento […]»
Corrado Reschiglian, 2026

 

Su Giuseppe Sacchetti si possono consigliare i seguenti testi:

– DE ROSA GABRIELE, Giuseppe Sacchetti e l’Opera dei Congressi, 1957
– ID., Giuseppe Sacchetti e Giovanni Zibordi, 1961
– ID., Giuseppe Sacchetti e la pietà veneta, 1968
– LAZZARINI ANTONIO, Giuseppe Sacchetti e la stampa cattolica veneziana, 1968
– LETTERIO BRIGUGLIO, Giuseppe Sacchetti e il Circolo di S. Antonio di Padova, 1972
– PASQUALIN RICCARDO, Giuseppe Sacchetti: Un veneto soldato del Papa, in «Storia
Veneta», n. 78, 2024
– ID., Il Codino. Un giornale padovano filocarlista, 2024

 

 
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