Il Soco è fiorito: La Madonna sul ceppo, un canto dell’anno Mille e lo stemma che lo ricorda ancora

 

 

Stemma del Comune di Grisignano di Zocco

 

«El primo luni dopo ea Madona dei 8.»

Da queste parti la Fiera del Soco si dice ancora così: una fiera nata tra un sagrato e un’osteria, sul confine fra Padova e Vicenza, e un giorno che non si indica con una data ma si conta a partire da una festa. Come la Pasqua: cade ogni anno in un giorno diverso, e non per capriccio, ma perché conta a partire da qualcos’altro.
Non è un vezzo dialettale di ieri. Nel dicembre del 1877 il Giornale di Padova regalò ai propri abbonati il calendario per l’anno nuovo, con l’elenco alfabetico delle fiere delle province venete. Molte delle voci portano una data fissa. L’ultima, in fondo alla colonna, recita: «Zocco primo lunedì dopo l’8 Settembre». In un elenco commerciale, dove nessuno aveva interesse a fare teologia, la formula era già registrata così.
Ma quale Madonna? A Vicenza la risposta viene subito: l’8 settembre è la Festa dei Oto, il pellegrinaggio nella notte su per le scalette, la Madonna di Monte Berico, patrona della città e della diocesi. Ed è una risposta giusta, senza che nulla si contraddica: sotto il titolo locale sta la festa che la Chiesa celebra dappertutto, la Natività della Beata Vergine Maria. Conviene solo ricordare che le apparizioni sul colle vicentino sono del 1426 e del 1428, mentre al Soco la memoria devota comincia, secondo la tradizione, nel 1267. La Fiera non ha preso la sua data da Vicenza. L’ha presa dal calendario.
E il calendario, in quel punto preciso, conserva una parola. Il lunedì, nella lingua della liturgia, è feria secunda: il secondo giorno della settimana, perché il primo è la domenica, il dies dominicus, il giorno del Signore. Il Medioevo scriveva le date così, non «il 9 settembre», ma feria secunda post Nativitatem beatae Mariae Virginis: non i giorni, le feste. È un uso che il portoghese ha conservato intatto fino a oggi, dove il lunedì si chiama ancora segunda-feira.
Feria. Fiera. Prima che indicassero due cose diverse, erano la stessa parola. Fiera viene dal latino tardo feria, «giorno festivo», ed è diventata mercato per la ragione più semplice del mondo: nei giorni di festa la gente si trovava, e chi si trova compra e vende. Molte fiere medievali nacquero attorno a una festa e crebbero sul sagrato delle chiese.
Al Soco è accaduto quasi alla lettera.

 

Il nome

C’è poi l’altra parola, la più esposta di tutte e per questo la meno guardata: soco, o zocco. È una parola di casa. Zoco, in veneto e con varianti in tutto il Nord, è il ciocco, il ceppo: il legno che resta alla base quando il tronco è stato portato via, ancora attaccato alle sue radici. Il comune si chiama Grisignano di Zocco; la chiesetta, Santa Maria del Zocco. È circolata anche una spiegazione che accosta il nome all’arabo suq, «mercato»; ma la strada veneta è molto più corta, ed è quella che il luogo ha percorso davvero: come ceppo, non come mercato, la tradizione mariana ha letto quel nome, collocandovi l’apparizione della Vergine.
Conviene guardare dove stanno le cose. La chiesetta sorge ad Arlesega, frazione di Mestrino, in provincia di Padova; l’antica locanda, oggi il ristorante Al Zocco, sta a Grisignano, in provincia di Vicenza. In mezzo passa il confine. Anche sul nome e sul luogo originario della Fiera si discute ancora, come accade alle memorie che appartengono davvero a una comunità. Ma il documento veneziano del 1555 la collocava già in un territorio «parte padovan, e parte vicentin», e ancora oggi, in fondo al sito della Fiera, gli stemmi delle due province stanno affiancati. Il confine non è un inconveniente sopraggiunto nella storia del Soco: è una delle forme della sua storia.
E la Fiera è nata nello spazio in mezzo, e ci è nata insieme: fin dal 1267, accanto al ricordo dell’apparizione, c’erano mercanti e artigiani delle campagne padovane e vicentine. Non prima il culto e poi le bancarelle. Dal primo giorno, a pochi passi di distanza.
Della leggenda sappiamo poco, e per sottrazione. Verso la metà del Duecento, dice la tradizione, la Madonna apparve a due contadini sopra uno di quei ceppi. Nel 1267 comincia il ricordo annuale. Nel 1555 la Serenissima riconosce ai nobili Priuli il diritto di tenerla. Prima di queste date, il buio.
Nessuno può dire che cosa videro quei due. Ma possiamo dire con precisione un’altra cosa: che cosa si cantava, in quegli stessi giorni, nelle chiese d’Europa.

 

Il canto

Verso l’anno Mille, a Chartres, il vescovo Fulberto, morto nel 1028, legò alla festa dell’8 settembre alcuni responsori destinati a una straordinaria fortuna. Uno di essi, che gli è attribuito, comincia così:
Stirps Iesse virgam produxit, virgaque florem,et super hunc florem requiescit Spiritus almus.Virgo Dei Genitrix virga est, flos Filius eius.
Il ceppo di Iesse produsse il virgulto, e il virgulto il fiore; e su questo fiore riposa lo Spirito. La Vergine Madre di Dio è il virgulto, suo Figlio è il fiore.
Una parola merita attenzione. Stirps, prima di diventare la nostra «stirpe», è una parola concreta: il tronco, il ceppo da cui qualcosa germoglia. E non è la parola della Bibbia latina, che in Isaia ha radix. Fulberto l’ha scelta.
Il versetto da cui tutto nasce, del resto, i fedeli lo sentono ancora nella loro lingua: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (Is 11,1). Tronco, virgulto, radici. E chi va a Messa l’8 settembre ascolta come Vangelo la genealogia di Matteo, dove quel nome viene letto ad alta voce: «Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide».

 

Quello che possiamo dire

Non diremo che la leggenda del Soco nasce da quel responsorio. Non si può provare, e chi lo affermasse direbbe più di quanto sa.
Diremo qualcosa di più sobrio. Quando la Madonna appare sopra un ceppo nelle campagne tra Arlesega e Grisignano, quel canto ha già duecento anni ed è dovunque: è uno dei testi mariani più diffusi d’Europa, ha nutrito le vetrate e i portali con l’albero di Iesse, e risuona proprio in quei giorni. L’immagine di un ceppo apparentemente morto da cui esce il virgulto non era un’idea da specialisti. Era il modo in cui il Medioevo pensava Maria, all’inizio di settembre.

 

L’ottava

Torniamo al proverbio, perché contiene ancora un dato.
Il primo lunedì dopo l’8 settembre cade sempre fra il 9 e il 15. E nel calendario in vigore fino al 1955 la Natività di Maria aveva la sua ottava, che si chiudeva appunto il 15 settembre. Il lunedì della Fiera cadeva dunque sempre, non per fortuna ma per aritmetica, dentro l’ottava della nascita della Vergine.
Nel 1955 le ottave furono soppresse quasi tutte. Il Soco, naturalmente, non finì con loro. Fino agli anni Sessanta rimase anzitutto il grande appuntamento della civiltà rurale veneta, con la compravendita del bestiame al centro del luni; poi quel mondo cambiò, e il mercato degli animali perse progressivamente il peso che aveva avuto. Ma il nome del giorno è rimasto: nel programma del 2026, lunedì 14 settembre, la prima voce dell’apertura è ancora «Luni del Soco: Fiera Franca».
Così il calendario popolare ha conservato due memorie insieme: la forma di un’ottava che i libri liturgici non celebrano più, e il nome di un mercato che non regola più l’economia del Veneto. Cambiata la funzione, è rimasto il rito.

 

Lo stemma

Nel 1972, dovendo dire chi era, Grisignano di Zocco ha scelto per il proprio stemma due figure e una linea. Da una parte un cavallo inalberato d’oro: il mercato, le contrattazioni, il prezzo dei cavalli che al Soco valeva sei mesi in tutto il Veneto. Dall’altra, in campo azzurro, un ceppo sradicato d’oro, fogliato di cinque. In mezzo una sbarra d’argento, che li distingue senza separarli.
Il ceppo dello stemma ha le radici scoperte e mette foglie. È legno che dovrebbe essere morto, e non lo è.
Quello stemma sta su un gonfalone. E nove versetti dopo il germoglio, Isaia scrive: «In quel giorno la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli» (Is 11,10).
Stirps Iesse virgam produxit. Il ceppo di Iesse ha prodotto un virgulto. Tra Arlesega e Grisignano, da secoli, quel ceppo ha un altro nome: el Soco.
E il Soco di Iesse è fiorito.
 
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