Il referendum del 2 giugno 1946 a Grisignano di Zocco
Riccardo Pasqualin
Il 2 giugno 1946 il popolo italiano fu chiamato a pronunciarsi sulla “questione istituzionale”, scegliendo tra monarchia e repubblica. È importante ricordare che «per la prima volta a livello nazionale, poterono esprimersi, finalmente, anche le donne; ciò fu possibile grazie al Decreto Legislativo Luogotenenziale 1° febbraio 1945, n° 232, emanato dal secondo governo Bonomi»[1]. Il 3 giugno, alle ore 14.00, si chiusero i seggi[2].
La consultazione ebbe un’affluenza altissima (circa il 90% degli aventi diritto) e l’esito sancì la nascita della repubblica italiana. I risultati furono tuttavia controversi e la distanza tra monarchici e repubblicani non fu netta: la repubblica ottenne 12.717.923 voti e la monarchia 10.719.284. La Penisola appariva divisa in due tra un Sud prevalentemente monarchico e un Nord repubblicano, eccezion fatta per alcuni territori come la zona di Cuneo e un’area del Veneto tra Padova e Vicenza. I monarchici lanciarono subito accuse di brogli[3].
La transizione che ne seguì non fu incruenta: a Napoli, l’11 giugno 1946, nel clima di forte tensione seguito alla vittoria della repubblica nel referendum istituzionale, contestata da molti monarchici, ebbe luogo la “strage di via Medina”. In una città largamente favorevole alla monarchia, giorni di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine culminarono nel sangue quando un corteo monarchico – in risposta alle provocazioni dei comunisti – tentò di assaltare la sede del PCI in via Medina. La polizia intervenne con il pretesto di fermare l’attacco e gli scontri causarono la morte di nove monarchici e decine di feriti[4]. L’episodio contribuì ad aggravare la crisi politica che precedette la definitiva proclamazione della Repubblica e la partenza in esilio di Umberto II. Francesco Maurizio Di Giovine scrive che il 13 giugno 1946 «Il Re Umberto II lasciava spontaneamente l’Italia sottraendola alla guerra civile. Il suo nobile gesto non fu compreso, né rispettato dalla nuova Italia che infierì sul Sovrano con l’esilio perpetuo. Pagò per colpe non sue».
In riferimento ai “fatti di Napoli”, alcune fonti riferiscono addirittura di circa 150 feriti falciati dalle scariche di mitra, inoltre, alcuni dei caduti di via Medina dei quali è stata accertata l’età erano minorenni. Ecco l’elenco delle vittime degli scontri:
Ida Cavalieri (19 anni, di religione israelita, schiacciata da una autoblinda)
Vincenzo Di Guida (20 anni, marinaio)
Gaetano D’Alessandro (16 anni)
Mario Fioretti (21 anni, in servizio di leva nella Regia Marina)
Michele Pappalardo (22 anni, commerciante)
Francesco D’Azzo (21 anni, operaio)
Guido Beninati
Felice Chirico
Carlo Russo (14 anni)
Ciro Martino
Il caso del Meridione appare emblematico: una terra in cui nell’Ottocento era esistita una resistenza borbonica al processo risorgimentale, nel 1946 votò in massa per i Savoia. Si tratta di un fatto che fa sorgere delle domande. La risposta a questi interrogativi va ricercata innanzitutto nel fatto che i meridionali erano storicamente legati all’istituzione monarchica e in secondo luogo nel fatto che con il concordato del 1929 tra lo stato italiano e la Chiesa Cattolica anche gli ultimi campioni del legittimismo borbonico avevano accettato la monarchia sabauda e il fascismo (tuttavia questo è un argomento che merita di essere affrontato in altra sede). Ma già alla fine dell’Ottocento nel Sud Italia era presente un forte gruppo di nazionalisti monarchici conservatori, fedeli alla casa di Savoia, il quale comprendeva anche gentiluomini figli di famiglie tradizionalmente borboniche.
Venendo alla situazione di Grisignano di Zocco nel 1946 basta dare uno sguardo alla carta che abbiamo riportato per notare che il territorio comunale fa parte anch’esso della zona monarchica del Veneto, ma occorre guardare ai dati. Ce li fornisce l’archivio Eligendo, inaugurato dal ministero dell’intero in occasione delle consultazioni europee ed amministrative del 2014. Ecco quanto emerge per Grisignano.
Referendum 02/06/1946, Circoscrizione Verona-Padova-Vicenza-Rovigo, Provincia Vicenza, Comune Grisignano di Zocco:
Non diversa è la situazione di Mestrino (provincia di Padova), dove vinse sempre la monarchia:
Anche questi dati ci fanno riflettere: nei territori di Grisignano di Zocco e di Arlesega, tra il 1859 e il 1866, e ancora per diversi decenni fino alla fine dell’Ottocento, si manifestarono vivaci contrasti ideologici tra gli oppositori (principalmente contadini) e i sostenitori (di ogni estrazione sociale, ma gli animatori degli entusiasmi erano borghesi) dell’unità d’Italia. Accanto a quanti guardavano con favore al nuovo Stato unitario, non mancavano infatti ambienti legati al Cattolicesimo intransigente veneto, fortemente critici nei confronti della “rivoluzione italiana” e delle sue conseguenze. Tra le figure più significative di questo secondo orientamento va ricordato il giornalista cattolico Giuseppe Sacchetti (1845-1906), che risiedeva ad Arlesega. Nemico della modernità, Sacchetti mantenne sempre una posizione di netta opposizione nei confronti del Regno d’Italia. Le sue figlie ricordavano un gesto divenuto emblematico delle sue convinzioni: quando spediva la propria corrispondenza, Sacchetti applicava i francobolli raffiguranti il Re mettendone la figura a testa in giù, in segno di protesta e di dissenso verso l’ordine costituito.
Fa sorridere il fatto che i Savoia legittimarono la loro conquista della Penisola con dei plebisciti – che peraltro Sacchetti irrise – e persero tutto con un’altra votazione, che li spodestò. In ogni caso, lo stesso Umberto II aveva sostenuto con convinzione la decisione di rimettere la scelta della forma istituzionale dello Stato nelle mani del popolo[5].
Nondimeno dal 1866 al 1946 erano passati 80 anni, ovviamente molto era cambiato e tanto era stato dimenticato, e anche tra il Clero e i cattolici veneti esistevano posizioni variegate. Il voto monarchico di Grisignano e Arlesega, comunque, va letto sia come una scelta frutto del conservatorismo e della fede nell’istituzione monarchica come difesa ai valori tradizionali, che come il risultato della più generica fiducia che i moderati riponevano nella continuità. Va detto pure che le forze di destra non erano concordi tra loro, anche nel Veneto una parte dei fascisti votò contro la monarchia.
Risulta interessante un’osservazione di Emilio Franzina riguardo lo scrittore e giornalista vicentino Antonio Barolini (1912-1971), uomo di tendenze moderate: «se uno va a prendere il suo diario all’indomani dei fervori suscitati dalla battaglia referendaria per la Repubblica nel giugno del ’46 e vi legge, come ho segnalato altre volte, che dopo tanti errori passati si poteva sperare di far funzionare meglio un istituto quale la monarchia, che avrebbe ormai scontate tutte le sue colpe (e via con un elenco di considerazioni sulla storia d’Italia e sull’opportunità tutto sommato anche di mantenerla questa monarchia…)»[6].
Come sempre, nella Storia non esistono il bianco e il nero.
Concludiamo ricordando che nella vicina Padova vi fu anche il caso del “ricorso dei giuristi”, come ricorda Corrado Giusti: «La mattina del 7 giugno Degasperi fu informato che un gruppo di giuristi di Padova aveva annunciato un ricorso contro i dati forniti da [Giuseppe] Romita [1887-1958]. L’articolo 2 del Decreto Legislativo Luogotenenziale 16 marzo 1946, n° 98, stabiliva che il vincitore del referendum doveva ottenere la maggioranza degli elettori votanti. Romita si era limitato a fornire le cifre dei soli voti validi attribuiti alla repubblica e alla monarchia, senza annunciare il numero delle schede bianche e delle schede nulle. E, quindi, secondo questi giuristi, i dati forniti dal Ministro dell’Interno erano incompleti. Cominciarono ad affiorare le prime polemiche»[7].
Ci si augurava che la repubblica sorgesse cancellando gli errori del regno d’Italia, ma in realtà nacque anch’essa segnata da diversi peccati originali.
Riccardo Pasqualin, 30/05/2026
L’insegna della Biblioteca Universitaria di Padova: si noti la rimozione della «R.» di «Regia Biblioteca Universitaria» (foto dell’Autore).
[1] Corrado Giusti, Il referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, Athenaeum, Monticello Amiata (GR) 2026, p. 9.
[2] Ivi, p. 29.
[3] Gustavo Mola di Nomaglio, Vittorio Emanuele II: un ponte tra il Piemonte e l’Italia nel bicentenario della nascita, in Sguardi da Bene nel bicentenario della nascita di Vittorio Emanuele II. Dai Costa al Duca del Chiablese. Atti del Convegno, Bene Vagienna, Palazzo dei Nobili, 24 ottobre 2020, Centro Studi Piemontesi, 2022, pp. 43-44.
[4] G. Mola di Nomaglio, op. cit., p. 43, n. 24.
[5] C. Giusti, op. cit., pp. 11-12.
[6] E. Franzina, La sinistra non comunista a Vicenza dalla Liberazione ai primi anni Sessanta (1945-1962), in L’insegnamento di Ettore Gallo, a cura di Giuseppe Pupillo, Verona 2004, p. 125.
[7] C. Giusti, op. cit., p. 33.